aforismi sportivi

  • A volte si vince, a volte si impara (Anonimo)
  • La sconfitta ha una dignità che la vittoria non conosce (Jorge Luis Borges)
  • Negli allenamenti si vincono medaglie, nelle gare si raccolgono (Carlos Serrano, è uno sportivo che detiene il record mondiale di nuoto paraolimpico)
  • Chi vince festeggia, chi perde spiega (Julio Velasco)
  • Arrivare secondo significa soltanto essere il primo degli sconfitti (Ayrton Senna)
  • Allenati come un atleta. Mangia come un nutrizionista. Dormi come un bambino. Vinci come un campione. (Anonimo)
  • Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare. Esso ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose fanno. Parla ai giovani in una lingua che comprendono. Lo sport può portare speranza dove una volta c’era solo disperazione.(Nelson Mandela)
  • Odio chi trova colpe anche nella sconfitta. La sconfitta è un dono non richiesto: accresce lo spirito comune e forgia l’anima. (Mario Kempes)

Le foto sportive che hanno cambiato la storia dello sport

Davide Astori, 2018
Vitor Hugo e quel gol speciale: nel segno del 13
Tributo alla memoria di Davide Astori e non certo per il risultato e per i tre punti che la Fiorentina ha conquistato contro il Benevento, porta la firma di Vitor Hugo e non è un caso. E’ un "segno". Il brasiliano, del capitano è il sostituto per posizione in campo, ha la maglia numero 31 che altro non è che il 13 di fronte ad uno specchio e anche l’età di Davide nel momento in cui ha lasciato questa terra.

Non solo: Vitor Hugo ha realizzato il gol (minuto 25) con un bellissimo colpo di testa sull’angolo di Saponara alla sua 13 ufficiale con la maglia viola e segnando il primo gol  con la maglia della Fiorentina dall’inizio della stagione. Quando l’orologio segnava le ore 13. E allora tutto ha un significato, tutto ha una ragione d’essere, tutto diventa perfino stordente nel passaparola di coloro i quali, questi numeri, li hanno fatti fluire nella propria mente come un Segno preciso.

Federica Pellegrini, 2019

Federica Pellegrini ha vinto per la quarta volta in carriera il titolo mondiale nei 200 stile libero, la gara di cui è stata dominatrice per anni, a Gwangju in Corea del Sud. La campionessa veneta è scoppiata in lacrime di gioia al termine della gara: "Il mio ultimo mondiale, il lavoro paga. Avevo deciso di fare la gara solo dopo i Settecolli e me la stavo facendo sotto. Sono davvero felice". 

La campionessa italiana, classe 1988, ha vinto in rimonta con il tempo di 1.54.22. Argento per Titmus in 1’54″66 e terzo posto per Sjoestroem in 1’54″78 che alla fine della gara ha accusato un leggero malore. Nella sua storia in piscina ai mondiali, oltre ai 4 titoli, Federica Pellegrini ha conquistato anche tre medaglie d'argento e una di bronzo. Un bottino incredibile in otto finali. 


La rovesciata di Parola, 1950

Uno scatto che non ha bisogno di spiegazioni. Forse una sola: non è un tentativo di segnare un gol, ma una “spazzata” difensiva. È il 15 gennaio 1950, l’80° minuto di Fiorentina-Juventus. Carlo Parola è un difensore bianconero e Corrado Banchi, giornalista freelance, è l’autore di quello scatto. Che così descrive: “Parte un lancio di Magli verso Pandolfini. Egisto scatta, tra lui ed il portiere c’è solo Carlo Parola; l’attaccante sente di potercela fare ma il difensore non gli dà il tempo di agire. Uno stacco imperioso, un volo in cielo, una respinta in uno stile unico. Un’ovazione accompagna la prodezza di Parola“. La foto è stata pubblicata in oltre 200 milioni di copie con didascalie in greco e cirillico, arabo e giapponese. E dal 1965 appare su tutte le bustine di figurine dei Calciatori Panini.

Tommie Smith: Olympics Black Power, 1968

Città del Messico. 1968.

Le Olimpiadi servono a Tommie Smith e John Carlos, primo e terzo nei 200 metri di corsa, a protestare contro il razzismo, scelgono il podio per il loro messaggio, alzando il pugno chiuso guantato in nero.

La prima giacca verde di Tiger Woods, 1997

Quel 13 aprile 1997 non cambiò solo la vita di Tiger Woods, cambio il golf e lo sport mondiale. Un’altra prova della esistenza del talento puro, il destino c’è, il bambino prodigio Tiger Woods, iniziato al golf ancor prima dell’asilo, vince il primo di una lunga serie di Master diventando la più grande leggenda del golf e un pezzo di storia dello sport.



Maradona, La Mano de Dios, 1986

Certi destini nessuno può cambiarli. Quarti di finale del Mondiale Messico ’86, quarti di finale tra Inghilterra e Argentina, nazioni che solo 4 anni si erano scontrate nella Guerra delle Falkland. Zero a zero ad inizio secondo tempo, poi arriva lei “la mano de Dios” con cui Maradona sblocca il risultato. Cinque minuti dopo firma invece il gol più bello del secolo. Nell’intervista post-partita Maradona dirà la celebre frase “Il gol è stato segnato un po’ con la testa di Maradona e un altro po’ con la mano di Dio”. L’Argentina poi vincerà il Mondiale.

La cronaca

Diego Armando Maradona è in offside dopo aver fatto secchi quattro avversari ed aver servito Valdano, che però controlla male. Steve Hodge dovrebbe sparecchiare l’area di rigore, ma svirgola malamente un sinistraccio verso la propria porta. E rimette in gioco el Diez. Peter Shilton, 185 cm, ha 20 centimetri esatti in più di Maradona per anticiparlo. Ed in più può allungare le mani. Ma la mano non la allunga lui. Maradona pizzica la palla con il pugno, un gesto infame e sublime allo stesso tempo. Nel meraviglioso scatto si vede il numero 10 argentino saltare ad occhi chiusi: sa dov’è il pallone, sa che non può arrivarci di testa e tende il braccio sinistro, quello con la fascia. Tutto lo stadio si accorge del tocco di mano. Tranne l’arbitro tunisino Ali Bin Nasser e il guardalinee bulgaro Bogdan Dochev. Gol.

Finirà 2-1, e pochi minuti dopo Maradona segnerà il gol più straordinario della storia del calcio. Nella conferenza post-partita, Diego dirà che la rete della discordia era stata segnata «un poco con la cabeza de Maradona y otro poco con la mano de Dios».
La leggenda era appena iniziata.

Jermain Defoe e Bradley Lower, amici per la vita

26 Marzo 2017, stadio di Wembley. Qualificazioni mondiali, Inghilterra-Lituania: Jermain Defoe torna in nazionale 3 anni e mezzo dopo l’ultima convocazione. Non è il capitano, ma entra in campo per primo. Perché mano nella mano con lui c’è Bradley Lowery, un bambino di 5 anni malato di neuroblastoma. Tumore in fase terminale, è solo questione di settimane. Bradley è un piccolo tifoso del Sunderland ed un fan sfegatato di Defoe. Il giorno in cui lo ha conosciuto, qualche mese prima, lo ha abbracciato e gli ha chiesto di dormire con lui nel letto d’ospedale. Defoe avrebbe potuto sorridere, dargli un bacio e andare via. Invece ha chiesto di avvisare l’allenatore David Moyes: “Qualcuno gli dica che questo weekend sono impegnato“.

Defoe ha perso il padre per un cancro a 49 anni ed un fratellastro per rissa nel 2009. Conosce la sofferenza. In pochi mesi diventa il miglior amico di Bradley. E Bradley diventa il suo angelo custode.

Quando entrano in campo assieme, Bradley si porta prima le mani alle orecchie, quasi ad attutire il ruggite di Wembley. Poi abbraccia il suo amico Jermain, in uno scatto che toglie il fiato. I suoi occhi sorridono, quelli di Defoe sono chiusi a soffocare le lacrime, mentre nell’aria risuona God save the Queen. Finirà 2-0 per l’Inghilterra: quasi superfluo dire chi segnerà il primo gol. Bradley Lowery ha lottato fino a pochi giorni fa: è morto il 7 luglio 2017. Lasciando un vuoto incolmabile nella vita dei suoi genitori. E di un calciatore a cui la vita ed il talento hanno dato fama e ricchezza, ma che aveva scelto come suo migliore amico un piccolo grande lottatore.

L’urlo di Tardelli, 1982

Una foto che è un’icona. L’Italia che è appena uscita dal Totonero, con Paolo Rossi tornato in campo da un mese e già titolare in nazionale. L’Italia che passa il girone con 3 “pareggini” contro Polonia, Camerun e Perù.

L’Italia che è data per spacciata nella seconda fase a gruppi contro Argentina e Brasile. E che, invece, da quel momento non si ferma più. In finale c’è la Germania Ovest: nel primo tempo Cabrini sbaglia un rigore e l’incubo sembra materializzarsi. Nella ripresa Rossi scaccia via la paura al 57′ e Tardelli fa 2-0 12 minuti dopo.

La sua esultanza è storia: le labbra che ripetono ossessivamente goal, goal, la testa che ciondola quasi sconnessa dal resto del corpo, i pugni serrati e le braccia che si flettono senza ritmo. Gentile prova a trattenerlo per una spalla, ma sorride già al pensiero di quello che accadrà tra meno di mezz’ora.

Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo.



Michael Jordan schiaccia dalla lunetta, 1988

Michael Jordan durante lo Slam Dunk Contest del 1988 inaugura una nuova era di evoluzione fisica e sportiva. MJ schiaccia dalla linea del tiro libero, volando in aria per attimi che sembrano eterni e lasciando il mondo a bocca aperta. Da quel giorno il soprannome di Jordan fu Air.

Miracle on Ice, 1980

Quando il nazionalismo va oltre lo sport. La squadra americana di hockey su ghiaccio vince la finale contro l’Unione Sovietica ai Giochi Olimpici Invernali di Lake Placid del 1980. I giocatori statunitensi erano tutti dilettanti e studenti universitari ma riuscirono incredibilmente a vincere la sfida contro lo strapotere dei fortissimi russi in un palazzetto che esplodeva di bandiere e stelle e strisce. Celebre la frase del telecronista statunitense a pochi secondi dal termine: “Credete nei miracoli? Si!”

Usain Bolt batte il record sui centro metri, 2009

Ai campionati del mondo di atletica leggera di Berlino nel 2009 il mondo conosce il velocista più forte di tutti i tempi. Il giamaicano Usain Bolt batte il record del mondo sui 100 metri piani, abbassandolo a 9,58, ben 14 centesimi in meno del record del connazionale Asafa Powel conquistato l’anno precedente.



Fosbury cambia lo stile del salto in alto, 1968

Semplicemente, prima di Dick Fosbury il salto in alto si compieva in avanti, dopo Dick Fosbury il salto diventò “dorsale”, quello che conosciamo oggi. La tecnica rivoluzionaria valse all’americano la medaglia d’oro e il record olimpico ai Giochi di Città del Messico del 1968.

Si ritira la leggenda Jerry Rice, 2005

Il Maradona del footbal americano, il Michael Jordan della palla ovale, Jerry Rice fu l’unico giocatore di football capace di far appassionare anche la gente dei paesi in cui il football era un trafiletto sul giornale. Campione immenso, riscrisse la storia di questo sport con dei record tuttora inavvicinabili. Con il suo storico numero 80 è considerato pacificamente il miglior ricevitore della storia dell’NFL.

Dream Team USA, 1992

Michael Jordan, Larry Bird, Charles Barkley, Magic Johnson, Karl Malone, Scottie Pippen, John Stockton. Bastano questi nomi a rendere l’idea di quanto il Dream Team USA cambiò la storia della pallacanestro. In quella squadra, che vinse le Olimpiadi di Barcellona del 1992, c’erano i cestisti migliori della storia di questo sport. Il rullino di marcia del Dream Team in quei Giochi Olimpici fu terrificante, con una media di 40 punti rifilati ad ogni squadra, un insieme di campioni che mai si era verificato prima nella storia di ogni sport.



Abebe Bikila vince a piedi nudi la maratona delle Olimpiadi di Roma, 1960

L’etiope Abebe Bikila vince la maratona delle Olimpiadi di Roma correndo tutta la gara a piedi nudi. Fu il primo Africano a conquistare una medaglia d’oro alle Olimpiadi, divenendo il simbolo dell’Africa che si liberava dal colonialismo.

Marco Pantani vince sull'Alpe d'Huez, 1998

L’inizio di una leggenda che ha cambiato il mondo del ciclismo, ha fatto rinascere la passione italiana dai tempi di Bartali e Coppi, ha raccontato all’umanità una storia di mito e leggenda, di vittorie e sconfitte, di fragilità e destino. Marco Pantani vince sull’Alpe d’Huez staccando tutti i contendenti alla maglia gialla e va a vincere il Tour de France. Nessuno ha mai raggiunto l’impervia cima con un tempo migliore del Pirata.

You cannot be serious, John McEnroe, 1981

John McEnroe insulta l’arbitro Ted James chiamandolo prima “the pits of the world” (la feccia del mondo) e successivamente “idiota incompetente” subendo una multa di 1.500$. Nello stesso incontro urlò la famosa frase (che poi diventerà il titolo della sua autobiografia) “You cannot be serious” (letteralmente “Non puoi essere serio”, da intendersi come “Non è possibile che tu dica sul serio!”) e chiede l’intervento del giudice arbitro del torneo Fred Hoyles.



Il colpo di testa di Pelè, 1970

“È fatto di pelle e ossa come tutti gli altri“, disse Tarcisio Burgnich prima della finale dei mondiali di Messico ’70 contro il Brasile per darsi la carica. “Ma mi sbagliavo“.

Burgnich, un metro e 75, Edson Arantes do Nascimiento – in arte Pelè – un metro e 73. Uno scontro non impari sulla carta. Ma sulle palle alte l’esperienza e la rocciosità di Burgnich avrebbero dovuto fare la differenza. Avrebbero.

Perché l’incubo si materializza dopo soli 18 minuti, quando la Perla Nera prende le misure al cross di Rivelino ed apparecchia in testa al difensore azzurro. Che ci prova anche con la mano ad ostacolare la visuale del più forte giocatore del mondo, proteso con tutto il corpo nello sforzo, ad occhi chiusi. Ma Pelè non stacca di testa, galleggia a mezz’aria: click. 1-0, finirà 4-1 per i carioca.

Se non riesci a marcarlo di testa, come lo fermi uno così palla al piede?

Bartali e Coppi sul Galibier al Tour de France, 1952

Tour de France 1952, passo del Galibier, salita tra le più temute e impervie. Questa storica foto, scattata da Carlo Martini, è simbolo di tutte le rivalità, e della grandezza umana che le mette da parte. Sia Coppi che Bartali hanno sempre giocato su questa foto, non rivelando mai chi stesse passando la borraccia all’altro.

Jerry West diventa il logo dell'NBA, 1968

Avere tanto stile da rappresentare con la propria sagoma un’intera generazione di pallacanestro. Jerry West, o Mr Logo, con la sua classe ed eleganza ha dato il simbolo alla lega di basket più famosa al mondo, l’Nba. Solo che nessuno può dirlo, altrimenti la National Basket Association dovrebbe pagargli più o meno 500 milioni di dollari.



Il 10 di Nadia Comaneci, 1976

Alle Olimpiadi di Montreal del 1976, a soli 14 anni Nadia Comaneci incantò il mondo, diventando la prima ginnasta a ricevere il massimo punteggio alle parallele asimmetriche. La votazione, dopo una prestazione stupefacente, fu ritardata poiché i computer erano programmati per registrare votazioni fino al 9,99, il “10” non era assolutamente previsto. Al posto del 10 fu inserito nel computer il voto 1,00 che in realtà fu moltiplicato per dieci volte.

Jesse Owens vince 4 ori davanti ad Hitler, 1936

L’atleta americano (e nero) Jesse Owens vince quattro ori alle Olimpiadi di Berlino 1936. Le famose “Olimpiadi della razza” volute fortemente da Hitler. L’afroamericano per quattro volte sale sul gradino più alto del podio, nei 100m, 200m, 4×100 e salto in lungo. Storica l’immagine accanto al tedesco Luz Long, arrivato secondo, che fa il saluto nazista. Per tutte e quattro gli ori che vince, Adolf Hitler si rifiutò di stringergli la mano, ancora peggio fece il presidente americano Roosevelt che, di proposito, non lo invitò alla casa bianca snobbandolo per il colore della sua pelle. Owens entrò così nella storia extrasportiva come simbolo della lotta alla discriminazione razziale.

Michael Phelps batte il record di medaglie vinte in un'Olimpiade, 2008

Otto medaglie e tutte d’oro. Michael Phelps a soli 23 anni riscrive la storia del nuoto e delle Olimpiadi vincendo ben otto medaglie d’oro in otto discipline diverse: i 200m stile libero, i 100m e i 200m farfalla, i 200m e 400m misti e le staffette 4x100m sl, 4×200 m sl, 4x100m misti.